Osare. Insieme (NOYE 2017) – To dare. Together (NOYE 2017)

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“Non c’è niente che ti rende più folle del vivere in una famiglia. O più felice. O più esasperato. O più… sicuro.”
Jim Butcher

Sono tornata in Australia da un mese. Sono ormai abituata ai cambiamenti improvvisi, allo stare da sola, all’affrontare avventure, esperienze, delusioni, lontano dal rifugio di camera mia e delle mie sicurezze.
Sono abituata a cercare ciò che unisce più che ciò che divide, al vedere in ogni singola persona che incontro il positivo di un amico, un fratello, un insegnante, un bambino, da cui ricevere e a cui donare anche se spesso, con molti di questi, non è scontato.
Sono abituata a piangere, arrabbiarmi, sedermi e ripartire con me stessa, perché la famiglia e gli amici di sempre ci sono, ma il potere di un abbraccio, di uno sguardo, di una chiamata perfetta non riesce a entrare a pieno nei pochi caratteri di un messaggio o nelle 10 ore di fuso orario.
Credo di essere forte e abituata a questa forza, eppure il giorno di Natale, al 28esimo piano di un grattacielo, circondata da sconosciuti e telefoni spenti, mi sono sentita la persona più debole del mondo.
Un lavoro stressante, la mancanza di persone di cui mi fido davvero, la lontananza di chi si prende cura di te, nessun regalo sotto l’alberello di plastica rosa né un grazie da parte di chi, il regalo da me l’ha avuto lo stesso.
Mi sono sentita sola, instabile e insicura.

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Molti anni fa ho iniziato a far parte di un gruppo missionario seguito dagli Oblati di Maria Immacolata (MGC). Un insieme di persone che condividono l’amore e la passione per i poveri, per i giovani e per Dio. Ci chiamiamo famiglia oblata perché viviamo costruendo rapporti veri di unione, collaborazione, condivisione. Rapporti che vanno oltre l’amicizia o la situazione, proprio come in una famiglia.
Quasi all’improvviso, pochi giorni dopo, mi viene proposto di partecipare a un evento di giovani di questo stesso gruppo che esiste anche quaggiù, in Australia.
Non conoscevo nessuno né sapevo quale fosse la tematica generale né cosa avremmo fatto. Non sapevo se avrei perso il lavoro assentandomi all’improvviso per quattro giorni, se avrei avuto problemi coi miei coinquilini e col pagamento dell’affitto che cadeva in quel fine settimana, se avrei avuto abbastanza tempo per organizzarmi, ma ho detto di sì ugualmente, senza pensare. Mi sono fidata e affidata. Mi sono buttata, osando, in questa nuova avventura. Forse, osando, avrei perso l’equilibrio per un po’, ma non osando avrei perso e basta.

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Il NOYE è l’incontro nazionale dei giovani australiani appartenenti alla famiglia oblata. Si è svolto a un paio di ore da Melbourne e vi hanno partecipato ragazzi di vari Stati, college e università australiane.
Non lasciare niente di intentato: una frase che è stata messa in pratica fin dal primo istante, cercando di cogliere in ogni attività programmata, nel tempo libero, in ogni momento di normale quotidianità, di sfruttare al massimo le piccole e grandi occasioni presenti.

“La sconfitta non è il peggior fallimento. Non aver tentato è il peggior fallimento.”

George Edward Woodberry

Così ci siamo immersi in questa sfida, a pieno. E ne siamo usciti vincitori.
Siamo partiti dall’analizzare che tipo di persone siamo, dal capire il carattere che abbiamo, ciò che prevale nel nostro modo di approcciarsi agli altri, al mondo, alle regole, alle scelte obbligate. Abbiamo categorizzato in modo standard quattro tipologie di persone attribuendogli dei colori, blu, giallo, viola, verde e abbiamo visto quanto siamo diversi. Eppure, in questi opposti, in questo arcobaleno di individui, ho visto un’omogeneità sbalorditiva nel tentare, sempre.
Abbiamo scherzato e siamo stati seri, urlato cantando e parlato nuotando, giocato con le patate e riflettuto al tavolo mangiando.
Ci siamo mossi per andare incontro all’altro e ci siamo fermati per andare incontro a noi stessi.
Abbiamo corso per vincere un gioco e fermato ogni parte del corpo per osservare chi ha vinto davvero lasciandosi uccidere su una croce.
Abbiamo ascoltato le riflessioni di chi si era preparato e abbiamo imparato da chi in una frase improvvisa ci ha insegnato molto.
Abbiamo conosciuto persone nuove e riconosciuto persone di sempre. Abbiamo riflettuto su cose nuove e riflettuto di nuovo su cose che ormai credevamo scontate, rendendole nuove, ancora una volta.

Il giorno prima di partire mi sono guardata intorno. Ho scrutato ogni singola persona presente non ho visto nasi storti, capelli sul viso, piedi piccoli o troppo grandi, gambe secche o pance grosse; non ho visto tristezza né euforia. Non ho visto problemi né perfezione.

Khalil Gibran diceva:

“La bellezza non è nel viso.
La bellezza è nella luce del cuore”.

In quella sala, con gli occhi rivolti a chi la riempiva, non sono riuscita a vedere niente di tutto ciò perché quella luce era troppo forte. Eravamo tutti troppo belli. E la bellezza, quella vera, è troppo potente per lasciarti scegliere cosa fare.

Non era la prima volta che partecipavo a un evento simile: negli ultimi anni, tante sono state le esperienze vissute col mio gruppo in Italia, importanti, significative, piene. Lo stesso stile, le stesse radici.
In questi quattro giorni, però, per la prima volta sono stata esclusivamente con persone provenienti dall’altro lato del mondo, parlanti un’altra lingua, appassionati a cibi diversi, abituati ad altre tradizioni, modi di ridere e stare insieme.
Eppure non me ne sono accorta.
Ho dovuto raccontarlo a me stessa e me ne sono stupita.
E allora ho capito che avevo sperimentato davvero la potenza di quello sguardo d’amore dove ogni diversità diventa ricchezza. Dove non ci sono ostacoli né barriere. Dove non c’è spazio per metterti in disparte perché intorno ci sono solo mani tese, di colori diversi, che ti accolgono allo stesso modo.
Ho vissuto per la prima volta il vero concetto di famiglia oblata, perché, come in una famiglia, possiamo avere età diverse, esperienze, passioni opposte, ma se in mezzo mettiamo l’amore, non c’è niente che ti faccia stare meglio che adagiarsi in questo mix.

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“Non c’è niente che ti rende più folle del vivere in una famiglia. O più felice. O più esasperato. O più… sicuro.”
Jim Butcher

Oggi sono di nuovo quassù, al 28esimo piano del mio grattacielo australiano, ma la debolezza e l’insicurezza di pochi giorni fa non ci sono più.
Guardandomi intorno non è cambiato niente, ma sono svanite solitudine, instabilità, insicurezza.
Negli ultimi quattro giorni mi sono accorta che se mi sentivo sola è perché mi ero dimenticata che c’è Qualcuno che non ci abbandona mai, anche dall’altra parte del mondo, anche di notte o a casa malata.
Ho ritrovato stabilità perché ho riscoperto la forza dell’osare, che anche se ci fa perdere equilibrio per un po’ è solo per riposizionarci al punto giusto, aggrappati ai punti fissi che contano davvero.
Ho riacquisito sicurezza perché “non c’è niente di più sicuro del vivere in una famiglia”, e io, questa famiglia, ho avuto la fortuna di averla accanto.

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Non lasciare niente di intentato.

La sfida è ora: ringraziando ogni singola persona incontrata in questi quattro giorni, con la voglia di continuare ciò per cui ci siamo allenati, perché non sia una parentesi, ma un trampolino e stimolando tutti coloro che non hanno mai avuto un esperienza simile, per ricordarci che spesso, quando speriamo che le cose cambino, ci dimentichiamo dell’enorme potere che abbiamo su di noi e su di esse. Che spesso basta cambiare il modo di guardarle. E che non dobbiamo aver paura di osare perché basta allungare la mano e ci sarà sempre qualcuno a sorreggerci accanto a noi.

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“There is nothing that makes you crazier than living in a family. Or happier. Or more exasperated. Or more … safely.”

Jim Butcher

I went back to Australia a month ago. I am accustomed to sudden changes, to be alone, to face adventures, experiences, disappointments, away from the shelter of my room and my safety. I’m used to looking for what unites rather than what divides, to see in every single person I meet the positivity of a friend, a brother, a teacher, a child, to who donate something and from who to receive something else, also if with someone is not obvious and easy. I’m used to crying, getting angry, sitting down and starting again, just with myself. My family and old friends are there, but the power of a hug, a look, a hand, cannot enter fully into the few characters of a message or in the ten hours of jet lag. I think I am strong and accustomed to this force, but on Christmas Day, in the 28th floor of a skyscraper, surrounded by strangers and offline, I felt the weakest person in the world. A stressful job, the lack of people I really trust, the remoteness of those who take care of me, no gift under the pink plastic Christmas tree or a thank you from anyone that received in any way a gift from me. I felt alone, unstable and insecure.
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Many years ago I started to be part of a missionary group associated with the Oblates of Mary Immaculate. A set of people who share a love and passion for the poor, for young people and for God. We call it Oblate family because we live by building true relationships of union, cooperation, sharing. Relationships that go beyond friendship or the situation, just like in a family. Almost suddenly, a few days later, I was asked to join an event of this group of young people that also exists here, in Australia. I knew no one nor did I know what the general theme was or what we would do. I did not know if I would have lose my job leaving suddenly for four days, if I had problems with my roommates and with the payment of rent that was exactly on that weekend, if I had enough time to get organized, but I said yes anyway, without thinking. I trusted and entrusted. I jumped, daring, in this new adventure. Perhaps, I dare, I lost my balance for a while, but not daring I would lose and that’s it.
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The NOYE is the national meeting of young Australians belonging to the Oblate family. It was held a couple of hours from Melbourne and was attended by guys from various states, colleges and universities in Australia. Leave nothing undared: a phrase that was put into practice from the first moment, trying to capture every activity planned, at leisure, at any time of normal everyday life, making the most of small and big occasions.
“Defeat is not the worst failure. Not trying is the worst failure.”
George Edward Woodberry
So we plunged into this challenge, in full. And we came out winners. We started from analyzing what kind of people we are, from understanding the character we have, what prevails in our way of approaching others, the world, the rules, the mandatory choices. So we categorized four types of people with four colours: blue, yellow, purple, green, and we have seen how different we are. Yet, in these opposites, in this rainbow of people, I’ve seen amazing homogeneity in the action of trying. We joked and we were serious; we yelled, we sang, we spoke and we swam. Played with potatoes and reflected eating at the table. We moved to go out to meet new people and stopped to meet ourselves.
We ran to win a game and stopped every part of the body to see who has really won letting himself be killed on a cross. We heard the reflections of those who had prepared and learned by those who in a sudden phrase taught us a lot. We met new people and recognized people we knew already. We have been thinking about new things and reflected back on things, making them new again.
The day before I left I looked around. I scrutinized every single person was near me. I have not seen some crooked noses, facial hair, standing small or too large, thin legs or big bellies; I did not see sadness or euphoria. I did not see any problems or perfection.
Khalil Gibran said:
“Beauty is not in the face.
Beauty is in the light of the heart”.
In that room, with my eyes turned to those who filled it, I could not see any of it because the light was too strong. We were all too beautiful. And the beauty, the real one, is too powerful to let you choose what to do.
It was not the first time attending such an event: in recent years, there have been many experiences with my group in Italy, important, significant, full. The same style, the same roots. In these four days, though, for the first time I have been exclusively with people from the other side of the world, speaking a different language, different food lovers, accustomed to other traditions, ways of laughing and being together. Yet I have not noticed anything. I had to tell myself and I was amazed. And then I realized that I really experienced the power of that look of love where every diversity becomes wealth. Where there are no obstacles or barriers. Where there is no room to put you on the sidelines because around there are only stretched-out hands of different colours that greet you in the same way. I lived for the first time the true concept of the Oblate family, because, as a family, we can have different ages, experiences, opposing passions, but if we put love in the middle, there is nothing that makes you feel more relaxed in this mix.
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“There is nothing that makes you crazier than living in a family. Or happier. Or more exasperated. Or more … safely”
Jim Butcher
Today I am back up here, on the 28th floor of my Australian skyscraper, but the weakness and insecurity of a few days ago are gone. Looking around, nothing has changed, but loneliness, instability, insecurity have faded. In the last four days I realized that if I was lonely it was because I had forgotten that there is Someone who never abandons us, even on the other side of the world, even at night or at home sick. I found stability because I rediscovered the force of daring, even if we lose balance for a while it is just to reposition ourselves in the right place, clinging to fixed points that really matter. I regained security because “there is nothing safer than living in a family”, and I was lucky to have this family next to me.
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“Leave nothing undared”
The challenge is now: I thank every single person I met in these four days, with the desire to continue that for which we trained, because it is not a parenthesis, but a trampoline to stimulate all those who have never had a similar experience to remember that, when we hope that things will change, we forget the enormous power that we have on us and on them. Often just change the way you look at them. And we should not be afraid to dare because just reach out and there will always be Someone to support us right next to us.

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Informazioni su chiaracuminatto

Mi chiamo Chiara Cuminatto e sono nata il 03/04/1989. Vivo a Campi Bisenzio a tratti perché viaggio molto e la mia vita imprevedibile non lascia spazio alla monotonia. Mi sono laureata in Lettere Moderne all'Università di Firenze nel 2011 e specializzata in Scienze Linguistiche all'Università di Bologna nell'Ottobre 2013. Ho cambiato diversi lavori a causa delle poche possibilità avute in ambito umanistico e linguistico, ma non smetto di credere nella bellezza delle sfide e nel potere di chi vuole qualcosa. Faccio parte di un gruppo missionario da ormai molti anni e la collaborazione tra le persone, la ricchezza delle diversità e l'aiuto fraterno fanno parte di me come stile di vita radicato a fondo. --------------------------------------------------------------------------------------------------- My name is Chiara Cuminatto and I was born on 04.03.1989. I live in Campi Bisenzio at times because I travel a lot and my unpredictable life leaves no room for monotony. I graduated in Modern Literature at the University of Florence in 2011 and specialized in Linguistic Sciences at the University of Bologna in October 2013. I changed several jobs because of the few possibilities had in the humanities and linguistics, but I do not stop believing in Beauty of the challenges and the power of those who want something. I am part of a missionary group for many years now and collaboration between people, the richness of diversity and the fraternal help are part of me as a lifestyle rooted deeply.

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