Dovremmo scegliere di morire.-We should choose to die.


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Nel Venerdì santo Gesù muore.

Per un cattolico in quella croce è racchiusa la forma più estrema di Amore: Gesù non si lascia uccidere, ma va incontro alla morte, la sceglie, perché ne coglie il senso profondo, la bellezza che si nasconde dietro quel gesto, la salvezza di altri col sacrificio di sé, la resurrezione che solo morendo si può ottenere.

Oggi tendiamo a scappare dalla sofferenza: la croce e il dolore vengono visti come cose da cui fuggire velocemente. Vogliamo il massimo piacere col minimo sforzo, vogliamo una vita facile, perché eliminata la fatica sono eliminati i problemi.

Eppure mi guardo intorno e non la vedo la felicità; vedo i telefoni, le macchine, le connessioni, un mondo semplice, sempre di più, ma non vedo i sorrisi.

Forse confondiamo felicità e facilità.

Forse puntiamo a un godimento improvviso che ci doni piacere e non capiamo che per essere felici dobbiamo passare una sfida più grande.

Ogni giorno qualcuno mi chiede “come stai?” e io lo chiedo ad altri; ogni volta che devo rispondere ci metto un po’. Non è una domanda semplice perché c’è sempre qualcosa che va e qualcosa che non va, ma se parlo di ciò che mi manca mi sento in colpa perché non apprezzo ciò che ho la fortuna di avere, se invece mi mostro contenta di quello che vivo, nascondo i miei limiti e le mie debolezze.

Credo che se tutti fossimo consapevoli che niente sarà perfetto per nessuno, mai, sarei più tranquilla nel rispondere a questa frase. Non ci sarebbero invidia, autocommiserazione, spavalderia e paure.

Credo questo perché la perfezione la cerchiamo in uno schema che ci siamo imposti. Per stare bene dovrebbero funzionare come si deve il lavoro, la salute, l’amore, l’amicizia, la famiglia, lo sport, il successo e il conto in banca.

Penso che nessuno possa ottenere questo stato di equilibrio assurdo e penso anche che se ci riuscissimo non saremmo felici ugualmente.

La perfezione, lo stare bene, non è quindi nascosto nell’assenza di problemi, ma nel modo di approcciarsi ad essi: quando pongo quella domanda e mi viene risposto “sto bene”, spesso vedo la forza di una persona che ha appena sofferto una perdita, una delusione, un evento improvviso e che si sente bene perché ha imparato ad imparare da quell’evento, perché è cresciuta su quel dolore, perché è cambiata in meglio. E vedo la forza di non piangersi addosso, ma di assaporare in quelle lacrime un’acqua che disseta.

Gesù è morto.

Quando si parla di morte non è mai semplice. Resta un mistero per tutti e una certezza, insieme.

Seneca diceva: “Non temiamo la morte, ma il pensiero della morte” e forse aveva ragione: abbiamo paura di parlarne, di guardarla, di viverla. Per chi è credente esiste una resurrezione che dona la vita eterna e la morte diviene passaggio; per chi segue altri credo può aspettarsi una reincarnazione in altro o può essere la fine di un viaggio.

Ho vissuto la perdita di persone care e ho sofferto. Le ho viste andarsene all’improvviso per una malattia, un incidente, una scelta; tutti abbiamo vissuto queste esperienze e nessuno poteva prevederle, nessuno di noi può sapere quando morirà.

Ho visto persone andarsene felici. Ho sperimentato la meraviglia di chi ha saputo accogliere questo mistero certo senza paura.

Tutti viviamo momenti difficili e dolorosi, ma la differenza tra viverli e sopportarli sta nel come decidiamo di affrontarli: non importa “cosa” ci accade, il più delle volte non dipende da noi, ma possiamo sempre scegliere il “come” approcciarsi a un evento. Accettando di viverlo a pieno, compiamo una scelta consapevole che trasforma una sofferenza fastidiosa in un trampolino per scoprire il volto della Bellezza, lo stimolo per crescere e cambiare.

Credo che lo stesso valga per la morte: è qualcosa di inevitabile e inaspettato, ma nel momento in cui scegliamo di morire senza lasciare che accada e basta, riusciamo a far emergere quella spinta a vivere la vita a pieno, ogni istante, pronti a lasciare che la morte dia la conclusione a un percorso che, credenti o meno, s’interrompe per un po’.

Credo sia importante, oggi, interrogarsi su questo: non lasciamo che i problemi ci scivolino addosso, ma scegliamo di viverli a pieno perché vogliosi di riscoprire quella bellezza e forza che è nascosta solo lì. Non lasciamo che la morte o il pensiero di questa ci faccia paura, ma scegliamo di morire con consapevolezza, camminando così su quella collina, nonostante il dolore e le difficoltà, con la testa alta, la determinazione e la voglia di dire davvero “sto bene” a chi ce lo chiederà.

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In the Good Friday Jesus died.

For a Catholic in that cross is contained the most extreme exemple of love: Jesus does not let kill, but went to his death, chose her, because it grasps its profound meaning, the beauty hiding behind that gesture, the salvation of others with self-sacrifice, the resurrection that only dying you can get.

Today we tend to run away from suffering: the cross and the pain are seen as things which quickly flee. We want the maximum pleasure with minimum effort, we want an easy life, because eliminated fatigue are eliminated the problems.

But I look around and I do not see happiness; I see the phones, the cars, the WiFi, a simpler world, more and more, but I can not see the smiles.

Perhaps we confuse happiness and ease.

Maybe we aim to a sudden pleasure that we enjoy the gifts and not understand that to be happy we have to spend a greater challenge.

Every day someone asks me “how are you?” And I ask to others; every time I have to answer it takes me a bit of time. It is not a simple question because there is always something good and something bad, but if I talk about what I miss I feel guilty because I do not appreciate what I’m lucky to have and if I show myself happy with what i live, i hide my limits and my weaknesses.

I believe that if we were all aware that nothing will be perfect for anyone, ever, I would be more peaceful in answering this sentence. There would be no envy, self-pity, arrogance and fears.

I believe this because the perfection we seek it in a pattern that we have imposed on ourselves. To feel good should be fine our job, health, love, friendship, family, sport, success, and checkbook.

I think that no one can get this absurd state of balance and I think that if we succeed we would not be happy anyway.

Perfection, to feel good, it’s not so hidden in the absence of problems, but in the way of approaching them: when I ask that question and someone answer me “I’m fine”, I often see the power of a person who has just suffered a loss, a disappointment, a sudden event and that feels good because he has learned to learn from that event, because he grew up on the pain, because it’s changed for the better. And I see the strength not to cry on, but to relish in those tears water that quenches thirst.

Jesus died.

When talking about death is never simple. It remains a mystery to everyone and a certainty, together.

Seneca said: “We do not fear death, but the thought of death,” and perhaps he was right: we are afraid to talk about it, to look at it, to live it. For those who are believers, there is a resurrection that gives eternal life and death becomes passage; for those who follow other faiths can expect a reincarnation in another or may be the end of a trip.

I have experienced the loss of loved ones and I have suffered. I saw them go suddenly from an illness, an accident, a choice; we all lived these experiences and no one could foresee them, none of us can know when we will die.

I’ve seen people to die happy. I experienced the wonder of those who knew how to accept this mystery certainly fearless.

All live in difficult and painful times, but the difference between live them and bear them lies in how we decide to deal with them: no matter “what” happens there, more often than not depend on us, but we can always choose the “how” to approach an event . By accepting to live it fully, we make a conscious choice that transforms a nagging pain in a trampoline to discover the face of Beauty, the stimulus to grow and change.

I think the same applies to the death is something unavoidable and unexpected, but when we choose to die without let it just happen, we can bring out that extra push to live a full life, every moment, ready to leave that death gives the conclusion to a process that, believers or not, interrupted for a while ‘.

I think it is important today to ask this to ourselves: do not let the problems we slip on him, but we choose to live them fully because eager to rediscover the beauty and strength that is hidden just there. Do not let the death or the thought of this makes us afraid, but we choose to die with awareness, so walking up that hill, despite the pain and difficulties, with my head high, the determination and the desire to really say, “I’m fine “to whoever will ask again “how are you” to us.

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Informazioni su chiaracuminatto

Mi chiamo Chiara Cuminatto e sono nata il 03/04/1989. Vivo a Campi Bisenzio a tratti perché viaggio molto e la mia vita imprevedibile non lascia spazio alla monotonia. Mi sono laureata in Lettere Moderne all'Università di Firenze nel 2011 e specializzata in Scienze Linguistiche all'Università di Bologna nell'Ottobre 2013. Ho cambiato diversi lavori a causa delle poche possibilità avute in ambito umanistico e linguistico, ma non smetto di credere nella bellezza delle sfide e nel potere di chi vuole qualcosa. Faccio parte di un gruppo missionario da ormai molti anni e la collaborazione tra le persone, la ricchezza delle diversità e l'aiuto fraterno fanno parte di me come stile di vita radicato a fondo. --------------------------------------------------------------------------------------------------- My name is Chiara Cuminatto and I was born on 04.03.1989. I live in Campi Bisenzio at times because I travel a lot and my unpredictable life leaves no room for monotony. I graduated in Modern Literature at the University of Florence in 2011 and specialized in Linguistic Sciences at the University of Bologna in October 2013. I changed several jobs because of the few possibilities had in the humanities and linguistics, but I do not stop believing in Beauty of the challenges and the power of those who want something. I am part of a missionary group for many years now and collaboration between people, the richness of diversity and the fraternal help are part of me as a lifestyle rooted deeply.

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